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EDIFICI TRA CULTURA E TECNOLOGIA

di Emilio Genovesi

L'incontro con Ole Scheeren avviene in un vecchio ristorante milanese del quartiere ticinese. Scheeren è il direttore del quartiere generale di Pechino e storico partner di Oma (Office for metropolitan architecture), il grande studio di progettazione fondato da Rem Koolhas, uno degli architetti che ha cambiato il modo di fare architettura nel mondo.
Nell'ambiente un po' fané del locale, davanti a una scaloppina coi piselli, Ole sembra ancor di più un progettista tedesco, con la sua distaccata eleganza "basic" un po' allampanata.
Ma è un progettista tedesco che vive a Pechino e ha diretto la realizzazione di alcuni dei più interessanti e prestigiosi edifici delle nuove megalopoli. Un archistar per intenderci, uno di quei progettisti che cambia volto al mondo.
È a Milano per presentare il suo ultimo progetto che sarà presto in via di realizzazione a Singapore, la Scotts Tower, ma quando gli diciamo che a noi interessa parlare anche della storia e del metodo dello studio Oma, come esempio di innovazione rivoluzionaria in architettura, accetta di buon grado.
Da qui inizia la nostra chiacchierata: Oma come caso di successo di innovazione nel settore dell'architettura. Com'è cambiato l'approccio all'architettura con Oma e qual è la differenza tra Oma e Amo, l'altro storico studio del gruppo che lavora in collaborazione su molti progetti?
«Penso - ci dice - che Oma e Amo abbiano una stessa linea di azione ma su due differenti domini. Questa è una differenziazione che riflette in maniera implicita quanto è cambiata in questi ultimi anni la natura stessa del lavoro dell'architetto. Dal 2000 Amo ha assunto una specifica identità e lo ha fatto proprio nel periodo in cui la globalizzazione stava producendo il massimo impatto in tutti gli ambiti, compreso quello dell'architettura e il nascente primato dell'economia finanziaria contribuiva a influenzare i meccanismi di controllo, trasformando per esempio il concetto di identità dell'impresa. In quel momento il nostro interesse non era quindi solo orientato a fare architettura, ma anche a investigare meglio i contesti in cui essa si trova a operare. C'era bisogno di un progressivo e forte coinvolgimento dei temi sociali nell'architettura, così da poter sviluppare metodologie che avrebbero interessato l'impatto di mutevoli condizioni politiche ed economiche».
Amo, quindi, lavora su questo indagando il contesto in cui il progetto architettonico si trova a operare, aiutando a far sì che i valori estetici siano in sintonia con quelli sociali.
In questo senso, il progetto per Prada, dove ricerca e design avvengono contemporaneamente, è decisamente rilevante.
Scheeren concorda: «Il progetto per Prada è un caso illuminante perché si è trattato di un progetto che univa in sé questioni di tipo architettonico con temi di corporate identity ed è diventato, per Oma, l'occasione per creare Amo. Prada è stato interessante su molti livelli, con grandi combinazioni, sovrapposizioni e influenze tra territori e campi differenti. Un gran numero di domande sono state poste, tra cui quelle di come pensare a un'architettura in diverse parti del mondo e come costruire una storia diversa rispetto ai numerosi e generici Prada store esistenti in quel momento».
«La sfida - prosegue - era quella di rappresentare la brand identity tramite l'architettura, vale a dire rappresentare il glamour di un marchio della moda con strumenti lenti, lunghi e seri come sono quelli dell'architettura. Si è trattato di un bello scontro tra opposte prospettive. Si è trattato sia di una questione di "aura" sia di materialità: andavano poi interpretate una cultura e una sensibilità tipiche di Prada, ma diverse da quelle di Gucci o di Armani. Abbiamo così iniziato a guardare a Prada non solo come a un paio di scarpe, ma come un più ampio ambiente culturale: l'attività della Fondazione Prada, il coinvolgimento forte con la cultura e la tradizione italiana, la combinazione di tecnica innovativa e di produzione artigianale. Il nostro obiettivo era di comprendere bene il contesto entro cui operare, ma anche di ritrarre un brand al di là del suo prodotto e del suo marchio. Abbiamo deciso di non esporre nessuna insegna con logo fuori dal negozio, perché i Prada Epicenter dovevano essere riconoscibili solo attraverso l'architettura. Il nome Epicenter poi è stato scelto perché quel luogo doveva essere il centro di drammatici cambiamenti».
Ma un altro aspetto originale e interessante del progetto con Prada è che si è trattato quasi di un co-branding, non c'era solo la griffe della moda, in fondo Oma e Koolhas erano già una griffe dell'architettura.
Questa semplificazione non soddisfa però Scheeren: «Nell'operazione non ci sono state una parte pratica e una teorica - ci dice -. Tutte le fasi sono state fatte simultaneamente, non c'è stata un'operazione tecnica di architettura prima e poi una di comunicazione del marchio e dell'operazione architettonica dopo. Tutto è avvenuto simultaneamente, con una continua e reciproca informazione».
Ma non sempre è così. Nella maggior parte dei casi il committente non è una grande e illuminata griffe della moda e non c'è un interlocutore eccezionale come Miuccia Prada. In casi come questi la situazione cambia. Come si trasferisce la metodologia e il processo creativo che abbiamo visto messi in campo per Prada in progetti pubblici come la Scotts Tower a Singapore e l'edificio della China central television (Cctv) a Pechino?
Qui Ole Scheeren diventa quasi didascalico: «Non è possibile applicare la stessa metodologia che è stata utilizzata con Prada per trasferire una corporate culturale in maniera diretta e immediata a operazioni inserite in un contesto fondamentalmente differente di tematiche urbane, funzionali e culturali. In questo senso gli elementi che vengono messi in campo sono la governance della città, l'identità sociale, quello che possiamo chiamare city brand. L'architettura funziona come catalizzatore di tutti questi diversi elementi. Ma per la Scotts Tower, per esempio, stiamo cercando di integrare armonicamente le molte componenti del progetto in un tutto più ampio, al di là della pura architettura. Dal web site, alla pubblicità tutti gli aspetti devono essere collegati, tutte le fasi sono coinvolte reciprocamente e non ci deve essere separazione tra marketing e tecnica achitettonica, tutti assieme per creare un linguaggio diretto e integrato».
Tra i due progetti citati, la Scotts Tower a Singapore e la Cctv a Pechino però, secondo Scheeren, ci sono anche delle grandi differenze soprattutto dal punto di vista delle limitazioni di natura economica ed estetica.
«Singapore - dice - è una città tropicale con tantissime piante e parchi, ricca di vegetazione, ma anche caratterizzata da una densità urbana fortissima, con regole e limitazioni. Il nostro interesse era quello di creare un valore commerciale sfruttando al massimo l'area edificabile assegnata al progetto, e trasformarla nella più vendibile possibile. Ma non resta molto da disegnare se segui soltanto un discorso di efficienza e di vendibilità. L'interesse commerciale unito con codici e regole locali non produce altro che una tipologia generica di torri che ingombrano la città in maniera monotona. Allora si è cercato di superare un simile ingorgo di limitazioni e barriere, per aprire diverse viste sulla città, si è lavorato per fare una torre dalle qualità peculiari utilizzando i limiti imposti in modi inediti. A vedere una torre così viene subito il dubbio su quale tipo di committenza possa mai investire in una simile costruzione. Ma anche lo scoglio della sostenibilità economica è stato superato e l'aumento dei costi dovuto al tipo di costruzione può venir compensato da un significativo aumento della qualità e del valore dell'edificio, nonché di un corrispettivo aumento del ricavato delle vendite».
Prosegue Scheeren: «In una torre, tradizionalmente i piani più alti possono venir venduti a più caro prezzo, mentre la parte più bassa è sempre la meno desiderabile: il progetto della Scotts Tower interviene in questa tipica configurazione eliminando i piani più bassi e costruendo delle "torri pensili" che partono sopra il decimo piano, così da ottenere immediatamente grandi vantaggi in termini di altezza e di vista della città e quindi di profitti. Questa struttura innovativa ha una serie di vantaggi non solo commerciali ed estetici, ma anche di natura tecnica e pratica. I quattro blocchi, infatti, sono attaccati alla mono-colonna centrale in modo da permettere di avere appartamenti senza colonne interne e quindi con una libertà e una modularità assoluta nella disposizione degli spazi interni».
Si può poi dire che con questo progetto è stato raggiunto un ottimo risultato di negoziazione tra individuality e communality: infatti, ci spiega Sheeren, nessuno degli appartamenti condivide il muro con altri vicini essendo i 4 corpi collegati solo alla mono-colonna centrale ad altezze diverse e del tutto separati uno dall'altro. Le abitazioni sono sospese nel cielo, a tutta vista e con il massimo della privacy. Sollevando le torri dal suolo, viene liberato intorno alla base della torre spazio sufficiente per sistemarvi funzioni pubbliche multiple incastonate in un lussureggiante paesaggio tropicale, quali una piscina olimpionica, una terrazza multifunzionale, aree ristoro all'aperto eccetera.
Un ruolo decisivo della tecnologia quindi nella realizzazione architettonica?
Ole è sempre più articolato nelle sue affermazioni: «La tecnologia - aggiunge - non viene mai prima e non è mai per se stessa, ma non è nemmeno un semplice strumento, perché può aprire nuovi territori. L'idea è quella di lavorare simbioticamente: usare la tecnologia e far lavorare gli ingegneri in simbiosi con l'architettura. Tra cultura e tecnologia quindi c'è di mezzo l'architettura. L'architettura del Cctv è un esempio chiaro, è uno dei più grandi edifici mai costruiti ed è occupato da diecimila persone dalle più svariate caratteristiche: amministrativi, tecnici, artisti, portatori di culture e idee diverse interconnesse tra di loro. L'edificio stesso produce scambi e trasmette informazioni perché è il centro della televisione nazionale. Informazione e connessione interpersonale e sociale e l'edificio diventa un nodo, al contempo uno spazio fisico, simbolico e pratico».
Passando ad argomenti meno specialistici, si chiacchiera della relazione che c'è con i partner coinvolti e su come in questi grandi progetti tante squadre che lavorano in diverse discipline riescono a collaborare. Ci sono delle interazioni tra architettura, design delle interfacce, tecnologia dei materiali in una struttura collaborativa a network che influenza il carattere del progetto. Questo significa mettere assieme persone e gestirle avendo un ruolo di manager. Gestire la complessità in contesti differenti, dove tecnologia, cultura, economia, politica e società contribuiscono assieme a un unico lavoro.
Essere un direttore creativo come Scheeren significa fare questo tipo di progetti, dove è necessario gestire un gruppo composto da sessanta architetti e da centoventi ingegneri che lavorano in tre diversi continenti. Significa saper creare una visione generale e allo stesso tempo saper fare degli zoom all'interno delle singole attività, con dettagli sempre maggiori. Significa saper andare dal panorama generale al particolare. Significa accettare una sfida che si rinnova quotidianamente. Sicuramente non ci si annoia.
L'ultimo tema è un po' storico/poitico: il nuovo rapporto con la committenza. I grandi progetti architettonici si stanno sviluppando molto più nei Paesi dell'Asia dell'Est e in quelli del Golfo Arabo. Paesi dove spesso esiste una forte committenza politica. Ci chiediamo se siamo di fronte a un nuovo rapporto rinascimentale tra genio creativo e principe di machiavelliana/confuciana memoria.
Ole accetta il tema di discussione anche se aggiunge che «forse la situazione è più complessa, meno lineare. Se guardiamo all'architettura del Cctv è un edificio nuovo capace di rappresentare un'era nuova. Precedentemente, in Cina i progetti erano decisi in maniera non democratica, invece nel progetto della Cctv c'è stata una grandissima trasparenza. Dopo che la giuria aveva deciso, è stato presentato ai vari livelli della società cinese, politici e stakeholder del mondo della cultura, e tutti lo hanno approvato e scelto, cosa che ha fissato il progetto a una base ampia, consensuale».
Il progetto strutturale del Cctv - ad esempio - è molto complesso, non esisteva in Cina una commissione pubblica in grado di fare il check e dare l'abilitazione. Ebbene il Governo l'ha creata chiamando i tecnici più esperti dall'intero Paese per collaborare con la squadra internazionale di ingegneri. La Cina ha reso possibile ciò che sarebbe stato impossibile nella maggior parte degli altri posti del mondo. Quindi, anche per il modo in cui è nato, questo edificio può essere preso come simbolo della nuova Cina.
(Ha collaborato Andrea Tosi)

Genovesi Emilio (2008), "Edifici tra cultura e tecnologia", Nòva, Milano, Il Sole 24 Ore Spa., 31 luglio.