

“La sostenibilità
ambientale non ha ancora sviluppato una sua estetica sostenibile”. Così afferma
Clino Trini Castelli, designer milanese tra i fondatori di Domus Academy, che
lavora in tutto il mondo per
portare le grandi industrie ad affrontare progetti capaci di mediare tra gli
aspetti emozionali dell’identità dei prodotti e le esigenze dell’ecologia.
Andando più a ritroso nel
processo di sviluppo di nuovi prodotti scopriamo con Castelli l’urgenza, per il
design, di utilizzare specifici strumenti di ricerca e di validazione
dell’identità dei prodotti - diversi da quelli marketing - che non siano più
quantitativi, né qualitativi, ma bensì qualistici, che permettano di pianificare e ottimizzare le
aspettative emozionali più profonde degli utenti, evitando per esempio la
proliferazione delle serie variate cioè di tutte quelle versioni di materiali, colori, finiture che danno al
prodotto un senso di grande ricchezza dell’offerta, ma che sono poco
sostenibili a livello ambientale.
Questo intento si può
oggi soddisfare attraverso nuovi strumenti della qualistica che mettono a
disposizione sofisticati metodi di valutazione e gestione del “carico
emozionale” da assegnare all’oggetto già in fase di progettazione. Questi
strumenti sono sperimentati ed utilizzati con successo da Castelli Design nei
suoi lavori, a partire dalla metà degli anni ’80 con il Centro di Qualistica
Fiat per arrivare alle applicazioni in vari settori, come la corporate identity
di Hitachi, i prodotti di Michelin, l’automazione domestica di Bticino, Legrand
e Somfy e ancora nel settore dell’auto con Mitsubishi e Honda.
Da questo patrimonio di
esperienze prendono le mosse le “Estetiche sostenibili” che orienteranno i prossimi
lavori di Clino Castelli. La necessità di una estetica sostenibile nasce
infatti dalla constatazione di un vero paradosso: sempre più l’invecchiamento
di un prodotto avviene prima sul piano estetico-emozionale che su quello delle
prestazioni tecnico-funzionali. Quello che si auspica è di allungare il ciclo
di vita dei prodotti, inaugurando così una nuova fase della sostenibilità.
Vediamo come: “Se la
consapevolezza ecologica risale agli anni ’70, la prima ondata di sostenibilità
nel design si è sviluppata a partire dagli anni ’90. Era un approccio di
sostenibilità sostanziale” – racconta Castelli – “riguardava i materiali e il
loro utilizzo, l’eliminazione delle sostanze dannose dai processi produttivi e
il riciclo, con risultati estetici che diventavano più di tipo sperimentale e
metaforico che vere e proprie proposte di mercato”.
Questa fase seguiva a
quella degli anni ’80, quando nel design si è metodicamente fatto ricorso a
linguaggi estetici che possono essere definiti “seduttivi”. La seduzione,
presente fin dal primo dopoguerra nella produzione industriale come carattere
fondativo degli oggetti, ha acquisito una dimensione anche ‘proiettiva’, tutta
orientata a una promessa di sviluppo futuro e al sogno della sua soddisfazione,
ma del tutto ‘anaffettiva’ come Kubrik aveva mostrato nel film ‘2001 Odissea
nello spazio’”. Più la seduzione è intensa e veloce e più il prodotto invecchia
rapidamente. “Se l’obsolescenza tecnologica è sempre stata una giustificazione
comprensibile, l’invecchiamento emozionale non lo è”.
Tuttavia, nella seconda
metà degli anni ’90, è apparsa una serie di nuovi prodotti, come quelli Apple,
che: “abbandonato il linguaggio seduttivo-dinamico mostravano sorprendenti
caratteristiche estetiche di tipo “affettivo”e più riflessivo. Si collocavano
per la prima volta in una dimensione opposta a quella seduttiva, permettendo
così la stratificazione di ricordi inerenti all’oggetto.
“Al di là delle grandi
strategie estetiche del design” continua Clino Castelli “ c’è stata anche una corsa
ad appagare ad ogni costo le aspettative di consumo degli utenti attraverso la
dissezione dei loro lifestyle:
un modo di pianificare il prodotto consumer-oriented totalmente slegato a un
progetto di sostenibilità. E’ necessario passare dall’osservazione
dei lifestyle alla promozione
dei living model, modelli di
vita che contemplano un progetto personale più riflessivo e che prevedono un
modo di vivere aperto, partecipativo e responsabile.
E aggiunge: “Si deve
passare dal disegnare oggetti schiavi della soggettività del consumo tramite
cui sentirsi temporaneamente rappresentati, ad oggetti riferiti a un progetto a
cui aderire, autonomi, che valgano di per sè, indipendentemente da chi li usa.
Non può esserci sostenibilità ambientale senza che esista una sua estetica
sostenibile”
Genovesi Emilio (2009), "Ecologia dell'emozionalità", Nòva, Milano, Il Sole 24 Ore Spa., 16 luglio.
